di Giuseppe Guida
Le norme sul piano casa non ci convincevano quando sono state presentate dal Governo e continuano a non convincerci ora che le Regioni le stanno declinando secondo le loro diverse “sensibilità”. È forse utile ribadire che sarebbe stato meglio che l’impegno del legislatore fosse stato indirizzato, da un lato, alla semplificazione degli iter amministrativi (che non deve significare “deregulation” e svuotamento del ruolo del professionista, come pare annunciare il cosiddetto Ddl Brunetta), dall’altro garantire la qualità del costruito intesa quale condizione imprescindibile per fornire abitabilità e vivibilità ai luoghi e garantire una tutela “attiva” dei paesaggi, a diversi gradi di antropizzazione.
Il caso Napoli è indicativo. Le norme contenute nel Prg sono sufficientemente coerenti e chiare da consentire, attraverso di esse, l’innesco di un processo di riqualificazione e rinnovo urbano ad ampio raggio che necessita, però, per essere correttamente implementato, di procedure amministrative e burocratiche meno farraginose.
Rivelandosi ancora una volta migliore delle tante critiche che lo vogliono obsoleto, il Piano regolatore vigente dal 2004, infatti, sta consentendo, all’interno del territorio cittadino, una quantità di trasformazioni urbane che danno attuazione agli scenari previsti dal piano, muovendosi all’interno di regole chiare, univoche e, in parte, anche ragionevolmente flessibili. Vediamo i dati.
Il numero delle iniziative in corso a Napoli, in attuazione del Prg, è di circa 200. I Piani urbanistici attuativi (Pua) e i Grandi progetti urbani (Gpu) approvati o adottati sono 24, per una superficie di 8.079.335 mq, con urbanizzazioni per 788.648 mq. I Pua e i Gpu in corso di adozione sono 8, per una superficie di 1.322.570 mq, con urbanizzazioni per 165.345 mq, quelli ancora in istruttoria sono 16, per una superficie di 3.018.420 mq e urbanizzazioni per 386.595 mq. L’investimento per realizzare le attrezzature, le residenze e le infrastrutture in essi previste, è tutto a carico dei privati, così come a carico dei privati sono le opere compensative, le urbanizzazioni, spazi e attrezzature interamente cedute al pubblico. La superficie destinata ad urbanizzazioni derivanti dall'insieme delle iniziative già in corso ammonta a 2.945.981 mq, che corrisponde al 23% del deficit dei cosiddetti “standard” calcolato e previsto dal Prg. Questa immissione di spazi pubblici comporterebbe un incremento di circa 3 mq nella dotazione media per abitante in termini di attrezzature pubbliche (verde pubblico, parcheggi, scuole, ecc.), che rappresenta circa il 50 % dell'attuale.
Non è difficile ipotizzare che le norme factotum del piano casa entrerebbero a gamba tesa nei già complicati processi di attuazione, alterandone l’iter, innescando varianti a ripetizione e, soprattutto, mettendo in discussione proprio la parte pubblica, e cioè quelle attrezzature e servizi che, con le regole del piano, i privati dovevano obbligatoriamente cedere al Comune. E invece queste sarebbero le prime ed essere derogate e a saltare assieme ad indici di fabbricabilità, altezze massime, rapporti di coperture, e tutto l’armamentario urbanistico, forse un po’ fanè, ma che ancora serve a regolare una crescita e una trasformazione sensata dei tessuti urbani.
Anche per quanto riguarda il semplice 20% di allargamento delle villette si avanzano dubbi da più parti e le stime che misuravano, a livello nazionale, un impatto complessivo del provvedimento di 60 miliardi, sono oramai riviste al ribasso.
Ad una scala diversa, lo stesso discorso vale anche per gli altri Comuni, molti dei quali sono impegnati nella programmazione territoriale dei nuovi fondi europei attraverso i Progetti integrati urbani (Più), anch’essi minati e rallentati finora dall’attesa dei famigerati articoli della legge. Anche Napoli, tra l’altro, sta promuovendo il suo Più (il Grande Programma per il Centro Storico) i cui interventi andranno ad aggiungersi a quelli già descritti.
Insomma, la necessità di leggi speciali ed emergenziali per l’edilizia sembra un’opzione di retroguardia, che impedisce, ancora di più, di controllare le trasformazioni del territorio e la qualità del costruito. Operare, invece, all’interno delle regole per renderle meno pedanti, facendo leva sulla loro dimensione prestazionale, può contribuire ad un rilancio economico equilibrato, restituendo coerenza e qualità urbana al costruito e dignità al ruolo del progettista nelle trasformazioni della città.
martedì 1 dicembre 2009
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