lunedì 25 ottobre 2010

NAPOLI AVRA' LA SUA PISTA CICLABILE

Il progetto del gruppo RESTART

Finalmente anche la città di Napoli avrà la sua pista ciclabile, è da poco on line sul sito del Comune Il bando per l'appalto integrato per la realizzazione della pista. Si tratta di un percorso che andrà dalla zona ovest di Bagnoli alla zona est di S. Giovanni a Teduccio, per un totale di 20 km di pista. Il progetto di pista ciclabile, fortemente voluto dall’Assessorato all’Ambiente affiancato nella fase progettuale dal gruppo Restart, prevede una spesa totale di un milione e mezzo di euro che saranno finanziati in parte dalla Regione Campania con fondi europei, e in parte grazie a risorse dell’amministrazione comunale.L’obiettivo è quello di creare una rete di mobilità sostenibile a Napoli, rendendo il più possibile interconnessi i diversi trasporti pubblici presenti in città, metropolitane, funicolari, autobus e tram, favorendo attraversamenti in bicicletta su un suolo urbano estremamente complicato per la mobilità ciclistica. La pista ciclabile sarà suddivisa in tre tratti: il tratto A, di 8,5 km, lungo i quartieri di Bagnoli, Agnano e Fuorigrotta; il tratto B lungo Mergellina, via Caracciolo, il porto fino al centro storico; e il tratto C via Marina-Brin, Maddalena-San Giovanni.
Il progetto non interferirà con la viabilità automobilistica – anche se la pista nasce anche con l'intento di disincentivarla –, ma sarà realizzato razionalizzando le strade già esistenti ed i margini, eliminando ostacoli fisici al fine di garantire la continuità del percorso. Durante i lavori per la pista ciclabile saranno anche create opere a verde e di arredo urbano.
L'inarchcampania sostiene la mobilità alternativa su tutto il territorio regionale.

Quando i riferimenti, vanno a "vento"

di Fabrizio Stenti

Di riferimenti rappresentativi l’Italia se ne cade (a pezzi). Alcuni di questi, come quelli legati a un regime passato vengono ad esempio spazzati via, sostituiti, rimpiazzati. Durante la rivolta del 1956, prima dell’arrivo dei carri armati sovietici, il popolo ungherese tirò giù la statua di Stalin, e restarono attaccati al piedistallo solo gli stivali. Egli nel secondo dopoguerra dominava da un piedistallo la piazza degli eroi di Budapest, meta delle parate e luogo di adunate di stato. Altri come Il mandante Giuseppe Garibaldi, invece controlla in assolo, dall'alto del suo piedistallo, la conquista dei barbari che attanaglia la piazza. Chi gli fa compagnia sono solo carte volteggianti fra i fumi dello smog, rom che setacciano marciapiedi, ubriachi che filosofeggiano monologhi, solo i più disparati e colorati "tag" impressi ai suoi piedi, sono in grado di coinvolgerlo nel tempo presente. I mille si premunirono già all'epoca, emigrando altrove.
Anni fa vivevo a Rotterdam, e nel perdermi spesso nella città, per scoprire luoghi nascosti; m’inoltrai con la bicicletta alle spalle di una chiesa (Basilica gotica di Saint Laurens) già di per sé appartata in un angolo di Blaakplein. Scoprì con mio stupore una piccola statuetta, totalmente abbandonata a sé, sul suo geometrico piedistallo contornato da sabbia per l'assenza della pavimentazione, visto i lavori in corso. Contemplava un libro, e siccome isolato e impossibilitato nel potersi muovere, mi avvicinai curioso presentandomi e chiedendogli gentilmente il nome, lui cortesemente rispose, presentandosi come Erasmo da Rotterdam. Adagiai la bicicletta sulla sabbia e mi fermai a parlare offrendogli compagnia. Egli era mogio e rattristato, dei cambiamenti arroganti che gli giocavano in "casa", e sentivo che avvertiva oramai la lontananza dei cari amici, scomparsi già da qualche tempo assieme alle loro storiche dimore. Abbastanza intimorito dalle ruspe e per il suo imminente sfratto psicologico o successivo esilio in qualche altra plain nei dintorni cittadini. Comunque non vi preoccupate, vi rassicuro subito comunicandovi che era il 2008, e a dicembre 2009, sono iniziati i lavori del progetto del Market Hall Rotterdam (MVRDV). Chissà se il nuovo moderno intervento, con Mcdonalds, MediaMarkt e H&M, sarà in grado di spiegare a tutti gli studenti in viaggio per il mondo, chi fu l'artefice del tanto ardito, progetto Erasmus.

Purtroppo durante la frazione temporale nel passaggio del testimone fra: Erasmo da Rotterdam e progetto architettonico; sarà inevitabile la perdita sia del riferimento concreto (orientamento visivo) che culturale (educativo). Tutto ciò non è niente di straordinario, è un atteggiamento già riconosciuto. Si chiama spaesamento. (si dice "si va a vento", perché s’intende che non è adottato più un criterio logico nelle cose che si fanno e in quelle che si dicono, di conseguenza in quelle che succedono, oppure se ne utilizza uno illogico o di diversa logica).
Resto interdetto ancora di più se in una situazione come questa, di fiamme alte, il "vento" invece di essere arginato, si alimenta con proposte un po’ "bizzarre". Napoli, covo di contrasti, esprime ultimamente con la sua cronaca, l'ennesima polemica. Diversi gli interventi di architetti e cultori della materia, ma fra tanti scritti, queste dieci righe mi sono sembrate le migliori, prosciugate da tutti i fregi al contorno, che spesso hanno solo l'utilità di disturbare i polveroni dormienti.

Il mondo le conosce per gli abbattimenti (non tutti riusciti) e perché vi è stato ambientato il film "Gomorra", sono le famigerate Vele di Scampia. Utopia urbanistica degli anni '60 (ispirate alle opere di le Corbusier e Kenzo Tange), da molti anni sono il primo simbolo del degrado di Napoli e del disastro delle periferie. Ma c'è chi vuole trasformarle in monumento e così impedirne la demolizione, è Stefano Gizzi, sovraintendente ai beni architettonici e paesaggistici, che ha avviato una procedura urgente per istituire il vincolo. A dir poco negative le reazioni "Gizzi è Romano e non sa cosa dice", ha sintetizzato ieri l'assessore comunale D'Aponte.
City Napoli, 4 ottobre 2010, Antonio A. Piedimonte

"Soffia il vento urla la bufera"... citava una canzone popolana partigiana.
Vento, tutto a vento... c'è chi lo coglie al volo, si beve una redbull, e con un bel paio di ali, se ne parte, e chi invece non ce la fa. Lo scirocco è troppo debole per sollevarli di peso e sradicarli dalla propria città, con tutti i suoi pregi e difetti, e quindi sopporta la convivenza fra atteggiamenti disinteressati, degrado e malavita, che crescono a dismisura a modo rampicante attorno al buon senso di una spina dorsale ansimante. Vento debole perciò, che non riesce neanche a gonfiare le "vele" di Scampia per sradicarle dal suolo come fanno le tempeste, che si portano corpo e anima degli arbusti, insieme alle loro insidiose radici.

Quei “bisonti” architettonici, richiamanti l’epoca dello stile brutalista, cambiarono lo skyline del quartiere.
Dovevano essere un intervento di forte riscontro sociale, e sicuramente lo "cambiarono" lo skyline, di questo non c'è alcun dubbio, difatti è grazie al suo contenuto che la purezza della linea architettonica si è infranta, tanto da ricalcarne una distorta.

Nella nostra società, icone, simboli, acronimi, sigle o slogan; sono il mezzo utilizzato per mandare messaggi nel più breve tempo possibile. È uno strumento potenzialmente dannoso e positivo nello stesso tempo, utile nella propaganda e nel potere mediatico, mai più forte prima d'ora, con l'avvento d’internet.
Non c'è bisogno che rispolveri l'immagine dello Zio Tom, alla chiamata alle armi, basti vedere cosa sta succedendo ad Arno.
A proposito dei valori "underline" nascosti e contenuti nei semplici imput simbolici e sui poteri asfissianti e mediatici; vedetevi, Essi Vivono, titolo originale They Live, un film diretto da John Carpenter del 1988. Probabilmente il film più dichiaratamente politico del regista americano, rappresenta per lo stesso Carpenter una visione non troppo fantastica dell'epoca Reaganiana vissuta negli Stati Uniti durante gli anni '80. Una società evidentemente basata sul capitalismo, sul benessere, che tende a "nascondere", a non farci vedere l'altra facciata della verità, popolata da persone che, spesso, neanche posseggono gli occhi per piangere.
Basta un adesivo sul casco integrale, rappresentante le "vele", senza avere neanche il bisogno dell’iniziale "V", a incutere disagi; forse qualche domanda bisognerebbe cominciare a porsela prima di avanzare pretese su di una questione solamente estetica, spesso lasciata orfana da tutti gli altri aspetti sociali, che dovrebbero invece abbracciarla e proteggerla. Se "il riferimento" serve a non perdersi per strada, che sia nostro padre, la torre Eiffel o un segnale di divieto, a comunicare tacendo, andrebbe fatta un'analisi approfondita, prima di colare cemento o piantare paletti.

Non è mio interesse fare un report su gli aspetti stilistici delle vele.
Invece vorrei provare a scavalcare le strutture a "cavalletto", per analizzarle da un altro punto di vista. Un aspetto che spesso scompare dopo "la prima" di apertura, quello della "funzionalità" dell'architettura, intesa non, in quella sua "pratica", ma in quella sociale. Che un'architettura sia bella e funzionale (introspettivamente), colorata fascion, moderna, minimale...ecc, non è difficile, basta disegnarla, fare una bella presentazione power point, stendere un esecutivo, bei render, e poi farla atterrare planando su qualche distesa in coltivata (ovviamente sminuisco) Raccontavo già una volta che "noi" gente umile che non mangia a colazione Corian e cemento Portland, non capisce le paranoie degli architetti, che inclinano autostrade a modo Via Lattea, e orientano il soggiorno a trentadue gradi. Noi non viaggiamo in deltaplano, quindi di queste sfumature culturali e (permettetemi) psicopatiche, non ce ne rendiamo conto. Ammiro e rispetto gli Egiziani, ma parliamo degli Egiziani, posso capire il feng shui, antica arte geomantica taoista della Cina ecc, ma loro avevano tutto il diritto di poterlo fare, perché il contenuto è stato da sempre costituito da basi solide. Che gli architetti siano bravi a disegnare i cubi perfetti, al dipendente della FIAT di Pomigliano D'Arco, da mesi in cassa integrazione; non vi dico che se né fa.

L'architetto secondo il sindaco di Rione Sanità: http://www.youtube.com/watch?v=0533kuBH8F8

Da un pò di tempo "l'architettura" ha preso l'impronta dello "showman", ovvero colei che può anche essere sottoinchiesta o pluri indagata, ma basti che abbia smoking e papillon, ed il buffèt non tarderà ad arrivare. Il contenuto viene dopo, non è importante hai fini di prendersi i voti. Molte architetture, finiscono con l'essere in bilico fra progetti funzionali e bolle di sapone, se non sarà focalizzata l'attenzione sull’aspetto sociale, sia inizialmente sia continuamente nel tempo, questo processo continuerà all'infinito. Si avranno sempre di più strutture vuote, e il loro alibi e nascondiglio (per non essere abbattute) non potrà essere sempre l'appartenenza a un filone architettonico culturale o perché portavoce di nomi illustri, questo è un chiaro sintomo di una situazione di stallo. (un aereo quando generalmente si trova nella "fase di stallo aerodinamica", perde il controllo e precipita.)
Anche se funzionano sulla carta, perché l'iter che ha seguito è giusto nella sua sequenza di progetto: (funzione e forma) funziona benissimo solo se l’idea rimane limitata nella categoria, dove l'uomo sta fuori (come quella del design) ma pecca quando l'uomo sta dentro.
Non si può pensare a mio parere (ancora di più oggi) dove gli architetti sono diventati artisti che fanno sculture; di utilizzare lo stesso procedimento per il progetto di un contenitore da frigo, per poi versarci tramite imbuto tutti i soldatini in fila. L'uomo parla, discute, ha caratteri disparati, certe volte non discute per niente; siamo diversi, non siamo standard. L'architettura o un sistema sociale che vuole controllare arginando le perdite, ricade spesso nel più semplice strumento per farlo, quello di renderci uguali, standardizzando le misure, come se fossimo degli stampi pronti per produzione in serie.
Dovrebbe invece essere fondamentale in qualsiasi occasione, che quando si riscontra la presenza "dell'omino nero" in un progetto (icona su i bagni, uomini/donne, per intenderci), bisognerebbe aggiungere, alla pozione magica della sequenza iniziale, anche gli aspetti sociologici o addirittura antropologici, visto il livello di poco sviluppo di alcuni soggetti. Questi aspetti, non dovrebbero venir meno, in nessuna occasione, ma se nel centro cittadino potrebbero essere un po’ meno presenti, perché istruzione e ammortizzatori sociali arrivano con più facilità e frequenza (per mantenere la facciata pulita); non è così invece in quelle condizioni di periferia, dove cultura e civiltà arrancano ad affermarsi.

La periferia urbana declinata, esiste in ogni realtà che sia focalizzata sul centro cittadino. È la copertina colorata, ad attrarre il compratore, se no la rivista chi se la compra?!. Solo l'a-culturato potrà accorgersene sfogliandone il contenuto (la periferia) che questo è in tonalità di grigio, probabilmente, perché tutti i risparmi se ne sono andati nelle sfumature in "copertina". Con un bell'effetto di profondità truecolor con un totale di 16.777.216 colori.

"Periferia è già un termine ambiguo, perché l’origine etimologica del termine rimanda ad un concetto sostanzialmente topologico, periferia vuol dire stare fuori di, al contorno di, al limite di, laddove questo è contraddetto perché in termini di architettura periferia non è un concetto topologico, ma è un concetto di qualità, nel senso che noi possiamo avere aree periferiche anche all’interno della città, mentre possiamo avere parti “buone” della città create o realizzate all’esterno della città".
Seminari: L'architettura urbana e la risposta al degrado delle periferie - Uberto Siola

Di pellicole cinematografiche ce ne sono, rappresentanti situazioni al confine, cresciute, con il lascia passare di uno stato che non se ne occupa. Vi consiglio: L'odio (La Haine) di produzione francese del 1995 scritto e diretto da Mathieu kassovitz. Nella versione originale, i dialoghi del film sono in verlan (un tipico gergo parigino, che consiste nel pronunciare le parole al contrario). Il film fu un successo commerciale e ha provocato una grossa polemica in Francia per il suo punto di vista sulla violenza urbana e sulla polizia.
Di per sé, stare fuori, automaticamente significa, occuparsene meno, e anche se succede di chi vuole occuparsene di più, bisogna stare attenti a vedere il modo con cui questa avviene.
Io sono contro la caccia alle balene in Cina, le Miss sono sempre a favore della pace nel mondo...
Ma io sono solo laureato in architettura, mica un'attivista di greenpeace?! per quanto riguarda le miss, mi avvalgo della facoltà di non rispondere...
Se le onde nere emanate dalle vele, non sono oggetto di ricambio o di volontà innovative, se i 124 alloggi sono stati fermati per mancanza fondi, se continuano a essere covo per la crescita di rampicanti pungenti, e se le occasioni come la mostra del fotografo tedesco Tobias Zielony sono fini a se stesse; forse questa devozione alla memoria, legata al conservare, conservare e conservare, facendo si che tutto rimanga immobile, ha raggiunto un limite?!.

Detto questo, gli interventi architettonici, non sono dei monumenti.
E credo quindi che non debbano essere trattati come tali. Se si pensa che invece debbano essere trattati come tali, (facendo a mio avviso un errore di valutazione e di categoria) forse bisognerebbe ricordarsi che i monumenti, esistono, ma uno per ogni città di passaggio. Sono passati sedici anni dall'abbattimento di alcune sul totale, posso solo immaginare (con il potere della veggenza che ho sviluppato vivendo in Italia) che questa, trovata del vincolo, serva solo a posticipare di altri 16 la questione del loro pluri posticipato futuro.
Intanto progetti, pagati fiumi di denaro, continuano a essere distribuiti e lasciati intonsi, perché nessuno sa cosa farsene. Uno dei tanti: il Forum 2004 di Barcellona, fu soggetto a polemiche, già prima della sua costruzione, dall'architetto Pilar Prim.



stretta la foglia larga la via, dite la vostra che ho detto la mia...

Arch. Fabrizio Stenti 22/10/10

martedì 1 dicembre 2009

la legge regionale in dirittura d'arrivo

di Giuseppe Guida

Le norme sul piano casa non ci convincevano quando sono state presentate dal Governo e continuano a non convincerci ora che le Regioni le stanno declinando secondo le loro diverse “sensibilità”. È forse utile ribadire che sarebbe stato meglio che l’impegno del legislatore fosse stato indirizzato, da un lato, alla semplificazione degli iter amministrativi (che non deve significare “deregulation” e svuotamento del ruolo del professionista, come pare annunciare il cosiddetto Ddl Brunetta), dall’altro garantire la qualità del costruito intesa quale condizione imprescindibile per fornire abitabilità e vivibilità ai luoghi e garantire una tutela “attiva” dei paesaggi, a diversi gradi di antropizzazione.
Il caso Napoli è indicativo. Le norme contenute nel Prg sono sufficientemente coerenti e chiare da consentire, attraverso di esse, l’innesco di un processo di riqualificazione e rinnovo urbano ad ampio raggio che necessita, però, per essere correttamente implementato, di procedure amministrative e burocratiche meno farraginose.
Rivelandosi ancora una volta migliore delle tante critiche che lo vogliono obsoleto, il Piano regolatore vigente dal 2004, infatti, sta consentendo, all’interno del territorio cittadino, una quantità di trasformazioni urbane che danno attuazione agli scenari previsti dal piano, muovendosi all’interno di regole chiare, univoche e, in parte, anche ragionevolmente flessibili. Vediamo i dati.
Il numero delle iniziative in corso a Napoli, in attuazione del Prg, è di circa 200. I Piani urbanistici attuativi (Pua) e i Grandi progetti urbani (Gpu) approvati o adottati sono 24, per una superficie di 8.079.335 mq, con urbanizzazioni per 788.648 mq. I Pua e i Gpu in corso di adozione sono 8, per una superficie di 1.322.570 mq, con urbanizzazioni per 165.345 mq, quelli ancora in istruttoria sono 16, per una superficie di 3.018.420 mq e urbanizzazioni per 386.595 mq. L’investimento per realizzare le attrezzature, le residenze e le infrastrutture in essi previste, è tutto a carico dei privati, così come a carico dei privati sono le opere compensative, le urbanizzazioni, spazi e attrezzature interamente cedute al pubblico. La superficie destinata ad urbanizzazioni derivanti dall'insieme delle iniziative già in corso ammonta a 2.945.981 mq, che corrisponde al 23% del deficit dei cosiddetti “standard” calcolato e previsto dal Prg. Questa immissione di spazi pubblici comporterebbe un incremento di circa 3 mq nella dotazione media per abitante in termini di attrezzature pubbliche (verde pubblico, parcheggi, scuole, ecc.), che rappresenta circa il 50 % dell'attuale.
Non è difficile ipotizzare che le norme factotum del piano casa entrerebbero a gamba tesa nei già complicati processi di attuazione, alterandone l’iter, innescando varianti a ripetizione e, soprattutto, mettendo in discussione proprio la parte pubblica, e cioè quelle attrezzature e servizi che, con le regole del piano, i privati dovevano obbligatoriamente cedere al Comune. E invece queste sarebbero le prime ed essere derogate e a saltare assieme ad indici di fabbricabilità, altezze massime, rapporti di coperture, e tutto l’armamentario urbanistico, forse un po’ fanè, ma che ancora serve a regolare una crescita e una trasformazione sensata dei tessuti urbani.
Anche per quanto riguarda il semplice 20% di allargamento delle villette si avanzano dubbi da più parti e le stime che misuravano, a livello nazionale, un impatto complessivo del provvedimento di 60 miliardi, sono oramai riviste al ribasso.
Ad una scala diversa, lo stesso discorso vale anche per gli altri Comuni, molti dei quali sono impegnati nella programmazione territoriale dei nuovi fondi europei attraverso i Progetti integrati urbani (Più), anch’essi minati e rallentati finora dall’attesa dei famigerati articoli della legge. Anche Napoli, tra l’altro, sta promuovendo il suo Più (il Grande Programma per il Centro Storico) i cui interventi andranno ad aggiungersi a quelli già descritti.
Insomma, la necessità di leggi speciali ed emergenziali per l’edilizia sembra un’opzione di retroguardia, che impedisce, ancora di più, di controllare le trasformazioni del territorio e la qualità del costruito. Operare, invece, all’interno delle regole per renderle meno pedanti, facendo leva sulla loro dimensione prestazionale, può contribuire ad un rilancio economico equilibrato, restituendo coerenza e qualità urbana al costruito e dignità al ruolo del progettista nelle trasformazioni della città.

sabato 7 novembre 2009

Aspettando il forum 2013 e il programma per il centro storico

di Carlo De Luca


È difficile oggi per Napoli trovare un rapporto con l’architettura contemporanea dal momento che, da almeno quindici anni, non si registrano interventi significativi né diffusi sul territorio. Alle nuove scelte urbanistiche proposte per la città a partire dagli anni novanta, fino all’approvazione della Variante Generale al PRG del 2004, non è corrisposta un’analoga capacità di utilizzare l’architettura contemporanea nei processi di trasformazione urbana. Rispetto ai pochissimi concorsi di progettazione banditi in questi anni, di nessuno si è riusciti ad avviare un percorso di realizzazione, per varie ragioni: dagli intoppi amministrativi (il primo concorso internazionale per Bagnoli), ai veti incrociati (il concorso internazionale per il waterfront). Tuttavia qualcosa negli ultimi anni comincia a muoversi. Dopo cinque anni dall’approvazione della Variante, circa 25 Piani Urbanistici Attuativi, per la maggior parte d’iniziativa privata, sono attualmente all’esame dell’Amministrazione Comunale e riguardano aree distribuite su tutto il territorio, con le più diverse destinazioni d’uso: dai centri commerciali agli insediamenti direzionali, ai complessi residenziali, prevedendo sempre quote di attrezzature pubbliche. Tra questi è opportuno segnalare il PUA dell’ambito raffinerie del PRG, che comprende una parte consistente dell’area orientale della città, per circa mq 4.200.000, con un interessante progetto urbanistico coordinato da Carlo Gasparrini. C’è poi il caso di Bagnoli. Anche qui il primo Piano Urbanistico Esecutivo, come si chiamava allora, conferma nel 2000 le scelte già precedentemente definite dalla Variante per la zona occidentale: la riconversione ambientale dell’area con un grande parco urbano di quasi 200 ettari, la rimozione della colmata con il ripristino della linea di costa originaria e una fascia di spiaggia balneabile, attrezzature ricettive, quote di edilizia residenziale, la realizzazione di un porto-canale per 350 posti barca, un polo congressuale. Attualmente la Bagnoli Futura Spa, società di trasformazione urbana a prevalenza pubblica costituita nel 2002, gestisce il complesso processo di trasformazione dell’area compresa la bonifica preliminare dei suoli. Seguendo un lungo e accidentato percorso di continue verifiche e ripensamenti, il PUA vigente ha subito nel tempo alcune modifiche, come la discussione sulla rimozione della colmata (attualmente si dovrebbe effettuare) e al porto canale che sarà realizzato diversamente dalle previsioni iniziali, mentre altri interventi del programma sono andati avanti e oggi sono in fase di realizzazione. Qualche anno fa, dopo un primo concorso internazionale per il parco urbano, clamorosamente annullato, il secondo concorso ha premiato il progetto coordinato da Francesco Cellini. Attualmente sono in fase di costruzione tre progetti: la Porta del Parco, un centro integrato per i servizi al turismo con centro benessere, fitness, piscine, auditorium e spazi espositivi, con una variante successiva al progetto iniziale realizzata con la consulenza di Silvio d’Ascia; il Parco dello sport, un progetto di Pica Ciamarra Associati con lo studio Ferrara e Gnosis Architettura, che si presenta come un grande progetto di suolo, un segno forte che s’inserisce nel paesaggio recuperando il carattere morfologico dei luoghi; infine l’Acquario Tematico delle Tartarughe Marine, che riutilizza la struttura dell’impianto trattamento acque del Treno Laminazione Nastri. Sempre a Bagnoli, ma fuori dall’area d’intervento di Bagnoli Futura, è opportuno segnalare Corporea, il Museo del Corpo Umano di Pica Ciamarra Associati, un deciso intervento di architettura contemporanea in via di realizzazione che si affianca al complesso preesistente della Città della Scienza. Un altro capitolo importante è rappresentato dai progetti delle stazioni ferroviarie, le cosiddette “Stazioni dell’Architettura”, attraverso le quali il sistema infrastrutturale ferroviario restituisce in modo diffuso nuova qualità architettonica e urbana. La città è in questo momento un grande cantiere, con numerosi interventi già avviati, attraverso i quali non solo migliorerà complessivamente la mobilità ma, ci si augura, la qualità dello spazio pubblico della città. Gli interventi sono molteplici, con nomi importanti della scena nazionale e internazionale come Richard Rogers per la stazione di Capodichino, lo studio Miralles Tagliabue per la stazione Centro Direzionale, Alvaro Siza per la stazione Municipio, Massimiliano Fuksas per la stazione Duomo. Si assiste complessivamente ad una situazione in grande fermento, rispetto solo a qualche anno fa, con qualche perplessità su alcuni progetti e, in particolare, su quello affidato ad Anish Kapoor e Future System per la stazione Monte S.Angelo, in cui il carattere di univocità del manufatto trascende il significato architettonico dell’opera, spingendo all’estremo in questo caso, il concetto di stazione come opera d’arte in sé. Ma le perplessità maggiori riguardano le procedure adottate: qui come altrove nel nostro paese, questi grandi momenti di trasformazione urbana, sovente avviate, come in questo caso, senza nessun ricorso ai concorsi di progettazione, non rappresentano occasioni di crescita anche per le giovani generazioni di progettisti ma, in qualche modo continuano a perpetuare sempre e solo gli stessi nomi. Ciò rappresenta un’occasione mancata anche per la città stessa, per la sua storia. Da questo punto di vista tuttavia la prospettiva futura potrebbe essere più incoraggiante. In questi mesi si discute a Napoli di due grandi eventi: il Grande Programma per il Centro storico di Napoli – patrimonio Unesco e il Forum Universale delle Culture 2013. Il Programma per il Centro Storico propone una strategia d’intervento sulla parte storica della città che si compone di un lungo elenco di opere non riconducibili solo ad interventi di restauro e che potrebbero vedere impegnati centinaia di progettisti, attivando meccanismi concorsuali diffusi. Analogamente per il Forum delle Culture, un evento di portata mondiale la cui eccezionalità richiederà alla città uno sforzo di carattere trasformativo che metta in campo le migliori proposte. Siamo fiduciosi che queste nuove iniziative possano innescare circuiti virtuosi e nuove occasioni d’intervento sulla città.